La dichiarazione del presidente Trump che ha gettato benzina sulle fiamme del decennale conflitto israelo-palestinese.


A pochi giorni dalla discussione che aveva visto Israele scontrarsi con l’Italia per la dicitura “Gerusalemme Ovest” sui percorsi ufficiali della prima tappa del Giro d’Italia, la questione della capitale si è riaccesa.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato di voler spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola di fatto come capitale dello Stato di Israele. Ciò era previsto da una legge del 1995, il Jerusalem Embassy Act, di cui ogni sei mesi i presidenti statunitensi hanno firmato una sospensione per tutti questi anni; l’ha fatto anche Donald Trump al termine del proprio discorso, rimandando di fatto l’effettività delle proprie parole ad almeno sei mesi dopo.

“Questa decisione non riflette in nessun caso una presa di distanza dal nostro forte impegno a facilitare un duraturo accordo di pace” ha affermato Trump, dimostrandosi favorevole ad un accordo risolutivo “a due stati” nel caso fosse accettato da entrambe le parti.

usa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in visita in Europa alla presenza dei ministri degli esteri europei e dell’Alta rappresentante UE per gli affari esteri Federica Mogherini, ha sentenziato che la decisione di Trump è, semplicemente, l’affermazione di una verità storica, e per questo rappresenta un passo verso la pace. “Gerusalemme è sempre stata capitale di Israele e Trump ha messo in chiaro i fatti, nero su bianco. Gerusalemme è la capitale di Israele e affermarlo non è un ostacolo alla pace, ma un passo verso la pace perché per arrivare alla pace occorre riconoscere la verità” ha dichiarato.

La risposta della Mogherini è stata perentoria: “Il premier Benyamin Netanyahu stamani ha detto di aspettarsi che altri Paesi spostino le loro ambasciate. Può tenere le sue aspettative per altri, perché dai Paesi Ue questo non avverrà”. L’ex ministro degli esteri italiano, però, ha al contempo condannato qualsiasi attacco contro gli ebrei ed i cittadini israeliani, anche in Europa.

D’altra parte, non sono mancate le contestazioni da parte del mondo arabo, da Gaza a Beirut e non solo: proteste di fronte alle ambasciate USA nei Paesi arabi e bandiere statunitensi date alle fiamme per strada.

usa4

Intanto, a Istanbul si è tenuto un summit straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic), che ha dichiarato Gerusalemme Est capitale dello Stato di Palestina. Il documento, firmato dai rappresentanti dei 57 stati membri dell’Organizzazione, dichiara “illegale” la decisione di Trump, chiedendo a tutti i Paesi di riconoscere la parte orientale della Città santa come capitale occupata della Palestina.

“Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite” ha affermato Papa Francesco in udienza generale, riaffermando la posizione che la Santa Sede ha sempre mantenuto rispetto alle richieste diplomatiche delle Nazioni Unite.


Ovviamente, la divisione di Gerusalemme in due parti, Est ed Ovest, non è un vizio di forma: risale all’orgine stessa del conflitto israelo-palestinese, ovvero al 1949, quando la Gran Bretagna si ritirò dall’area e le Nazioni Unite chiesero che la città divenisse un polo internazionale amministrato dall’ONU stessa. Di fatto, la città fu separata in Gerusalemme Ovest (la città moderna, ancora oggi ben distinguibile dall’altra metà per l’avanguardia delle infrastrutture) e Gerusalemme Est, sotto il controllo giordano, poi palestinese, comprendente la città antica, i quartieri a maggioranza araba ma anche numerosi luoghi sacri agli ebrei (primo tra tutti il Muro Occidentale), nonché un quartiere a maggioranza ebraica.

E uno degli elementi più spinosi che riaffiorano non solo sulle bocche dei giornalisti, ma anche su quelle dei politici, è proprio il comportamento palestinese nei confronti dei fedeli ebraici in questo periodo, che vide la profanazione di numerose sinagoghe, nonché la distruzione di migliaia di lapidi dello storico cimitero del Monte degli Ulivi perché fossero utilizzate per lastricare le strade della città. Un comportamente opposto, almeno da questo punto di vista, a quello assunto da Israele nei confronti dei fedeli arabi a partire dal momento in cui, nel 1967, anche Gerusalemme Est è entrata a far parte, de facto, dello stato sionista.

Una conquista, quella del 1967 dovuta alla vittoria della Guerra dei Sei Giorni, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, e che ha dato il via ad una serie di imposizioni da parte di Israele sul territorio palestinese: dalla costruzione di aree residenziali israeliane nelle aree arabe di Gerusalemme Est alla creazione di colonie nelle zone al di là della Green Line.

La politica internazionale indirizzata dall’ONU non è variata: generalmente, gli stati non riconoscono Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, né come capitale della Palestina, e la città ospite delle ambasciate internazionali è Tel Aviv, affacciata sul Mediterraneo ed israeliana sine dubio, e soprattutto senza contesa.

usa2
Il presidente Trump con Abū Māzen, presidente dell’Anp.

La decisione del presidente Trump riaccende con forza il conflitto tra Israele e Palestina, conferendogli un aspetto che mai aveva avuto prima: mentre le intenzioni del presidente, almeno quelle manifeste, sono volte ad una risoluzione pacifica, di fatto gli Stati Uniti si sono opposti alla Palestina; e proprio l’Anp, membro dell’ONU, chiede alle Nazioni Unite che si prendano provvedimenti nei confronti degli Stati Uniti per questa “violazione” minacciando, altrimenti, di denunciarla di fronte all’Assemblea Generale.

Lapo Ferri

Annunci