Il Pistoia Teatro Festival, quest’anno ha ospitato molti spettacoli in onore di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, tra i quali ” La ferita della bellezza”, un progetto proposto dall’attore toscano Massimo Grigò, che ha scelto come regista Giovanni Guerrieri, su un testo di Luca Scarlini.

Proprio Massimo che interpreta il famoso cantante pistoiese del ‘600 Atto Melani ci ha permesso di porgli delle domande sullo spettacolo che è stato messo in scena prima nella Chiesa sconsacrata di San Michele in Cioncio e poi al teatro Mauro Bolognini.

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Perché la scelta di fare questo spettacolo con così pochi personaggi?

La scelta dei personaggi è dovuta alla drammaturgia che ha scelto l’ autore; abbiamo deciso di farlo con pochi personaggi, all’inizio due, per miseri problemi economici, visto che più attori sono in scena più la produzione deve pagare e rischiavamo che il progetto non fosse approvato perché sforavamo i limiti concessi. Inoltre era mia intenzione parlare dei fratelli Melani; bastava uno dei virtuosi, ovvero Atto, cui si è aggiunto Iacinto, che era l’unico non castrato, amministratore delle finanze degli altri fratelli.

Perché lo avete presentato prima in una chiesa e poi in teatro sapendo che perdevate dei dettagli di scenografia? Nonostante siate riusciti a trasmettere la giusta atmosfera e la giusta magia…

La scelta della chiesa è dovuta al anno di Pistoia come Capitale Italiana della Cultura, infatti dovevamo valorizzare degli spazi della città che spesso non sono considerati dai cittadini. La Chiesa di San Michele, in cui spesso fanno mostre, ci è sembrata adatta a ricreare un’ atmosfera seicentesca. Successivamente quando lo abbiamo riportato su palcoscenico, che è l’unico modo per far avere una lunga vita a uno spettacolo, lo abbiamo reso più agevole, perché se vuoi fare delle tournée è più complicato trovare delle chiese sconsacrate anziché dei teatri.

Pensate di fare altre date in altre città?

Pensiamo di andare a Milano e semmai in altre città della Toscana, ma per ora è presto, visto che io e i miei colleghi siamo impegnati con altri lavori.

Per te a quale genere appartiene questo spettacolo?

E’ afferente al teatro di prosa, abbastanza di tradizione per la trama, per la regia invece meno perché ho scelto Giovanni Guerrieri, che è un regista di innovazione, e Luca Scarlini, che è un drammaturgo contemporaneo. Per questo motivo io lo definirei proprio di prosa e tradizione.

Mi puoi dare tre aggettivi per descrivere “La ferita della bellezza” e tre per descrivere Atto?

Per lo spettacolo dico “triste” perché si avverte la tristezza che accompagna questi due fratelli, due figure che vorrebbero essere uno nei panni dell’ altro, o almeno provare a trascorrere un pezzo di vita uno nei panni dell’ altro. Il secondo aggettivo è “rarefatto” per quanto riguarda la recitazione e il terzo è “bislacco” per la presenza di questa figura interpretata da Maurizio Rippa, che è un po’ un angelo, un inquisitore, un amico, un nemico, non si sa bene cosa, che si muove e saltella sul palco mentre noi recitiamo. Atto invece è antipatico, presuntuoso e molto fragile.

Ti sarebbe piaciuto interpretare altri personaggi?

No, mi piaceva questo, d’altronde l’ idea è mia e almeno su questo comando io, quindi mi son preso quello che mi paceva di più.

Sappiamo che te hai da poco recitato come il narratore in “Aladino”, dei fratelli Forman, e subito dopo hai messo in scena “La ferita della bellezza”. E’ stato difficile interpretare due spettacoli così diversi e difficili, uno di seguito all’altro?

Ogni spettacolo è un’ avventura a sé, come i figli per le mamme. In Aladino ho dovuto usare una tecnica vocale più evocativa, poiché si trattava di una favola, e si rivolgeva a un pubblico diverso, i bambini. Per tutto il pubblico, ma specialmente per i bambini, la comprensione è fondamentale ed è accessibile sia con la maniera vocale sia con la gestualità. Il modo di recitare è completamente diverso, mentre uno è esortativo, l’ altro è con domande e rapporti secchi, con frasi quasi quotidiane.

Ci puoi dire tre cose che ti hanno colpito e, se ci sono, tre che ti hanno deluso di questo spettacolo?

Le tre cose che mi hanno colpito sono la conferma di trovarmi bene con alcuni attori, tra cui Annibale Pavone, che è il mio fratello in scena, e con il quale avevo già lavorato una ventina di anni fa per sette o otto anni insieme a Federico Tiezzi in un Amleto storico che avevamo fatto. Questa conferma, già prevista, mi fa molto piacere perché è veramente divertente e anche poco preoccupante lavorare in scena con un attore che stimi e di cui hai la massima fiducia. Mi ha fatto piacere inoltre incontrare Rippa, che è un attore di Antonella Punzo, un contraltista, un napoletano simpatico, quindi fonte di tante risate. La terza sorpresa è la vicinanza che ci ha dato il Manzoni, specialmente ai tecnici e ai macchinisti, che ci hanno aiutato a mettere in scena sia in chiesa che al Bolognini con i pochi oggetti che volevamo in un allestimento accettabile.

Se tu potessi lasciare un messaggio ad Atto cosa gli diresti?

Gli confesserei che mi dispiace molto perché, anche se ha avuto una vita luminosa e piena di lustrini penso che fondamentalmente fosse una persona triste; si è ritrovato in una condizione, quella di virtuoso, scelta per lui dal babbo campanaio, è stato castrato quando lui aveva sette, otto anni, con tutto ciò che ne deriva. Magari Atto voleva farsi una famiglia, invece lui non ha scelto nulla e si è ritrovato in questa situazione luminosa, ma comunque triste, e l’ha affrontata con un carattere anche buio e nero, come ciò che si è sempre ritrovato dentro.

Ringraziamo Massimo Grigò per la sua disponibilità e il Centro Culturale il Funaro che ci ha fornito lo spazio per l’ intervista. 

Lorenzo Pagnini

 

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