Rabbia verso tutti quegli uomini che si macchiano di femminicidio. Tristezza per la debolezza della vittima che il più delle volte non riesce a denunciare la violenza subìta. Non rassegnazione per non voler credere che al mondo oggi esistano davvero esseri umani in grado di porre fine ad un’altra vita umana. Amarezza perché tutto questo, anche se non ci voglio credere, è una triste realtà.
Rabbia, tristezza, non rassegnazione, amarezza e molto altro ancora: un caleidoscopio di emozioni che la visione del reading-spettacolo Ti amo da morire, andato in scena lo scorso 30 novembre presso l’Oratorio di San Gaetano a Pistoia e realizzato dal gruppo teatrale QuiProQuo per la regia della professoressa Sara Lenzi, ha suscitato in me.
Lo spettacolo, liberamente tratto da Ferite a morte di Serena Dandini, ha permesso di riflettere su un fenomeno purtroppo sempre più alla ribalta della cronaca nera in Italia e non solo: il femminicidio.
In una sorta di Antologia di Spoon River al femminile, le attrici del gruppo teatrale hanno prestato la loro voce e il loro corpo alle vittime di violenza. C’è quella uccisa niente meno che da due killer assoldati dal marito ricco che non poteva certo accettare che una “cretinetta” (così la chiamava lui) come la moglie potesse lasciarlo; quella fatta fuori da un marito geloso che pensa di averla vista lanciare occhiate complici al portiere dell’albergo la prima notte di nozze; ed ancora quella che voleva un rapporto meno virtuale diversamente da lui che invece era sempre su Facebook.

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Gli attori al termine di una delle repliche al Teatro Bolognini

Tante storie, tutte tragiche e tristemente vere, interpretate magistralmente da giovani attrici e attori, vestiti interamente di nero ad eccezione di un piccolo cuore rosso sul petto, che attraverso la voce e l’espressività del volto hanno saputo dare nuova umanità “a chi da viva ha parlato poco o è stata poco ascoltata, con la speranza di infondere coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi”.
Sul palco tre colonne nere sopra alle quali spiccavano alcuni oggetti rigorosamente rossi – un paio di scarpe, una borsa, una sottoveste, un abito – e tra una storia e l’altra musiche d’effetto: tutto ha contribuito a creare un’atmosfera particolare, ad attirare l’attenzione dello spettatore che quando è uscito da teatro si è sicuramente sentito un po’ diverso.
Almeno così è stato per me, che ne sono uscita sicuramente più consapevole e anche più arrabbiata. Noi donne dobbiamo assolutamente reagire, lottare e fare più squadra tra di noi per aiutarsi reciprocamente. E poi c’è la paura, che spesso ha sulle vittime un effetto deterrente: ecco quella paura noi dobbiamo abbatterla una volta per tutte e prendere in mano la nostra vita. Se c’è, infatti, una cosa che la visione di questo spettacolo mi ha insegnato è che oggi più che mai è necessaria un’educazione ai sentimenti che spesso non si è in grado di gestire.

Matilde Biscardi

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